EXCALIBUR 70 - ottobre 2012
in questo numero

Il "cadavere vivente" che ancora fa parlare di sé

Caro Ben, ti saluto con amore. Tua per sempre. Clara

di E.C.
Sopra: Claretta Petacci (Roma, 28 febbraio 1912 - Giulino di Mezzegra (CO), 28 aprile 1943)
Sotto: il Battaglione Barbarigo in azione ad Anzio
Inaspettato, è esploso l'interesse per il carteggio privato Mussolini-Petacci, finalmente messo a disposizione degli studiosi.
Non si tratta solo dello scambio di corrispondenza tra Benito e Clara. Piuttosto, è la raccolta di appunti, diari, lettere che Clara custodiva accuratamente anche nel periodo della sua residenza al Nord, a Gardone. Il carteggio custodisce quello che nell'immediato dopoguerra fu classificato come "Fondo Petacci" dagli archivisti statali della neonata Repubblica Italiana che avevano classificato i documenti pubblici e privati rinvenuti nei ministeri della Repubblica Sociale Italiana.
Al grande storico del fascismo Renzo De Felice ne fu negato l'accesso, forse perché se ne temeva una lettura su basi scientifiche, come nel suo stile.
Oggi è stato messo a disposizione di studiosi e giornalisti, che ovviamente ci ricamano sopra. Nelle librerie è tutto un florilegio di libri che ne fanno una lettura "rosa", quasi fosse il romanzo piccante di due amanti. Rai 3 vi ha dedicato tre lunghe puntate, mentre sui giornali compaiono continue recensioni e interpretazioni.
Mussolini in ogni lettera raccomandava a Clara di distruggere le missive che le mandava: «Non lasciare carte in giro. Non voglio futuri epistolari che apparirebbero ridicoli», le diceva, ma lei rispondeva che non obbediva perché «non distruggere è storia».
Avevano entrambi ragione.
Nelle lettere del periodo repubblicano di Mussolini, che Clara faceva fotografare e custodire in più copie da persone di sua fiducia, emerge un Duce depresso, avvilito, persino irriconoscente nei confronti dei soldati della Rsi che si battevano per riscattare l'onore militare italiano dopo l'armistizio dell'8 settembre '43: «Mia piccola cara, ti mando alcune radio che annunciano l'inizio di una nuova grande battaglia (quella per Roma, dopo quella di Anzio-Nettuno, n.d.r.) [...]. Io la seguo e con quale umiliazione perché noi non siamo presenti, colle forze che avremmo potuto organizzare in sette mesi di tempo».
Non dice a Clara, che certamente sapeva perché era attentissima alle notizie della radio nazionale, che per quattro mesi il btg. "Nembo" con 300 parà aveva contrastato l'invasione insieme ai 1.200 fanti di marina del "Barbarigo", che si erano immolati per sbarrare la strada di Roma. Non parla mai dell'Aeronautica repubblicana che nelle rade di Anzio e Nettuno aveva colpito duramente le navi nemiche né che i due Gruppi da caccia repubblicana nei pochi mesi di attività, a bordo dei nuovissimi Macchi 202 e G.55 avevano abbattuto nei cieli del Nord complessivamente più di 200 aerei alleati tra Fortezze volanti e caccia di scorta. Non cita nemmeno il fatto che per iniziativa dei soldati era stato costituito "sul campo" di Anzio il Gruppo di artiglieria "San Giorgio" racimolando cannoni nei magazzini e nelle caserme abbandonati.
Mussolini forse lo fa per respingere le continue richieste di Clara affinché "lui" si svegli dal torpore nel quale è caduto oppure perché reagisca con alcuni personaggi che secondo lei tramano contro. Con Clara si definisce un "cadavere vivente" che non comandava su nulla e questo in parte era vero.
Forse non era del tutto informato sulla reale situazione militare. Si lamentava, ad esempio, che le formazioni degli aerei alleati che sorvolavano l'Alta Italia per andare a bombardare Torino, Vienna o Monaco volassero indisturbate: «Hai visto la parata di oggi? Volavano tranquilli come per una manovra in tempo di pace! Quando all'inizio di questa mia nuova irreparabile caduta, ti dicevo che io non contavo niente, che valevo quanto il due di coppe [...] tu protestavi».
Clara rispondeva il 29 agosto 1944, arrabbiata più che avvilita: «I nemici fanno quello che vogliono! A uno a uno hanno sfilato in parata su Gardone verso Desenzano [...]. Evviva la guerra fatta in queste condizioni! Maledetto il Re, Badoglio e tutti i loro simili».
Ci sono alcuni argomenti d'interesse storico che non provengono dalla corrispondenza tra i due, ma da appunti che Clara scriveva su qualsiasi pezzo di carta le capitasse a tiro, persino su fogli di carta igienica, subito dopo aver incontrato "lui".
Apprendiamo così dello stato d'animo di Mussolini durante il processo di Verona, quando tutti premevano per la condanna del genero Galeazzo Ciano. Sembra che Benito non volesse la morte di Ciano.
Clara, come lui la chiamava, e non Claretta come la pubblicistica del dopoguerra ha tramandato, annota che il suo "Ben" detestava i clamori del congresso fascista di Verona, s'indignava per l'anima "animalesca" dei congressisti i quali non si curavano di interrogarsi sulla sofferenza di un uomo che paventava la condanna a morte del marito della figlia Edda e del padre dei suoi nipoti, «il sangue del mio sangue».
Il carteggio rafforza la tesi della storiografia filofascista, secondo la quale la Repubblica sociale fu una "repubblica necessaria" tesa a evitare la polonizzazione germanica dell'Italia.
Lo riconoscono anche Pasquale Chessa e Barbara Raggi nel loro "L'ultima lettera di Benito", edizioni Oscar Mondadori, Milano, 2012. Chessa, che è anche coautore del programma televisivo "La Grande Storia" dedicato al "Fondo Petacci", si sforza di mantenere un profilo il più possibile obiettivo, ma qualche volta accoglie la vulgata resistenziale, come quando attribuisce alla Rsi la colpa della guerra civile in Italia, tesi che non reggerà ancora per molto.
Dal fondo emergono questioni storiche interessanti. Una è il tentativo mussoliniano, reiterato durante il periodo repubblicano, di convincere Hitler a cercare un accordo con l'Unione Sovietica, dopo averle dimostrato con le armi che l'Asse, in ogni caso, non avrebbe perso sul Fronte orientale, al fine di creare un fronte comune contro le potenze capitalistiche alleate.
Questa costante strategia spiega perché Mussolini e parte dello Stato maggiore italiano ancora nel gennaio 1943, quindi dopo Stalingrado, preparassero un nuovo Corpo di spedizione da inviare in Russia. Spiega, anche, il tenace lavorio diplomatico italo-tedesco e sovietico, nell'incertezza delle due parti sull'esito finale, per giungere a un accordo ancora nel giugno 1943, poco prima della grande battaglia di Kursk, quando Ribbentrop e Molotov si incontrarono a Kirovograd, in quel momento posta 15 km al di qua delle linee tedesche, come testimoniarono a guerra finita gli ufficiali tedeschi presenti e come ricorda il grande storico britannico B. H. Liddell Hart.
Un'altra cosa rimarchevole riguarda il ruolo di Clara come consigliera del Duce sia per questioni legate ai vertici ministeriali e militari di Salò, sia con riguardo ai rapporti con l'alleato tedesco e all'atteggiamento che Mussolini, secondo le sue insistenze, avrebbe dovuto assumere nei rapporti con le autorità germaniche a Berlino.
Clara Petacci non era quell'oca giuliva che la tradizione giornalistica e la memorialistica di Wolff e Dolman ci hanno tramandato e che la stessa storiografia neofascista ha voluto accreditare per convincerci che, sì, in fondo Mussolini aveva avuto Clara, ma di amanti ne aveva avute diverse e che Rachele era sopra tutte. In fondo era il classico amante italiano, gli piacevano le donne e i maschi italiani potevano ben perdonare simili debolezze.
Non è per niente così, il carteggio fa emergere cose diverse. Clara era una donna eccezionale, amava Mussolini in modo travolgente e sincero. Era e si sentiva "sua" in tutti i sensi. Era intelligente, fascista convinta e con idee molto precise sia sul Duce sia sugli avvenimenti storici che viveva alla sua ombra. Era una buona osservatrice, dotata di una forte capacità intuitiva («Cosa dicono oggi le tue antenne?», chiedeva il Duce), sapeva parlare a Benito e cercava di strapparlo alla depressione nella quale era caduto.
Benito, a sua volta, ne era profondamente innamorato. Negli ultimi mesi, man mano che la situazione bellica si aggravava e in parallelo aumentavano il suo smarrimento, il rapporto tra i due si era sbilanciato in favore di lei, che alla fine divenne l'unica persona della quale Mussolini si fidasse ciecamente.
La fine tragica dei due la conosciamo tutti, mentre non conosciamo il "modo" in cui furono uccisi dai partigiani.
Fin dall'immediato dopoguerra erano emersi dubbi consistenti sulle modalità di esecuzione di Mussolini. L'esame del cadavere aveva evidenziato che i colpi di mitra avevano colpito gambe e torace, ma sugli stivali e sulla giubba non erano presenti i fori di entrata, indumenti che invece avrebbe indossato il Duce al momento dell'esecuzione.
Questo dicevano, tra mille contraddizioni, i partigiani del "plotone di esecuzione". L'eliminazione, violenta e inspiegabile, a opera di partigiani comunisti nella stessa primavera del '45 di una decina di partigiani che conoscevano la verità, sembrò porre fine alla speranza di sapere come erano andate le cose.
Cinquant'anni dopo, passata la paura della "giustizia" partigiana, qualcosa ha cominciato a emergere.
Si sono fatte sempre più insistenti le voci di quanti avevano raccolto le confidenze di chi sapeva e, soprattutto, c'è stata la rivelazione di una donna, Dorina Mazzola, all'epoca diciannovenne, che viveva accanto a casa De Maria, dove Benito e Clara in stato di prigionia avevano passato l'ultima notte della loro vita.
La donna, nel 1994, raccontò allo storico Giorgio Pisanò che nella prima mattina del 28 aprile da quella casa udì provenire le urla di una donna, seguite da alcuni colpi di pistola. Dopo qualche ora vide un uomo, calvo e con indosso una maglietta, pantaloni e stivali slacciati, trascinato da due uomini che lo tenevano sotto le ascelle fin verso il famoso cancello di Villa Belmonte, poco lontano: «Sembrava morto», disse.
Poi udì altri spari, come di una raffica di mitra.
Altri ancora, più di un decennio dopo, raccontarono nuovi particolari, fin quando non sembrò emergere una nuova ipotesi. Appare verosimile che un partigiano, appena il piccolo gruppo di "esecutori" mise piede nella stanza da letto, avesse tentato di violentare Clara. A quel punto si era interposto Mussolini, ancora senza giacca e stivali. Il partigiano reagì d'impulso, sparando su Mussolini e la Petacci. La Mazzola a quel punto udì imprecazioni e un gran trambusto. Un altro partigiano, prima di morire, pochi anni fa rivelò che a urlare fu il comandante del gruppetto partigiano: «Animale, pezzo di merda, cosa hai fatto? Ti ammazzo qui stesso», gridò al responsabile di quel disastro.
Poi, forse per l'arrivo di un capo importante, alcuni dicono fosse Luigi Longo, futuro segretario nazionale del Pci, fu decisa una messa in scena, con la falsa fucilazione dei due davanti al cancello di villa Belmonte, a Giulino di Mezzegra.
Un'esecuzione prematura a causa di un tentativo di stupro, insomma, una cosa che non poteva essere resa di pubblico dominio per il "buon nome" dei partigiani, che di crimini efferati ne commisero tanti in quei giorni del '45 e nei tre anni successivi, come ha ben raccontato Giampaolo Pansa in questi ultimi tempi.
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