EXCALIBUR 139 - aprile 2022
in questo numero

La sottile ambiguità delle parole

"Come color che son sospesi..."

di Angelo Marongiu
'ognuno vede ciò che vuole...' (Escher, Le forme complesse)
Sopra: "ognuno vede ciò che vuole..." (Escher, Le forme
complesse)
Sotto: la "Piccola Russia" (Ucraina) nel titolo della
seconda sinfonia di Čajkovskij
la 'Piccola Russia' (Ucraina) nel titolo della seconda sinfonia di Čajkovskij
Non ci sono solo i carri armati o le bombe o i soldati che si affrontano e combattono in terra ucraina.
È una guerra nella quale anche le parole giocano un ruolo chiave: da una parte per giustificare un'azione che altrimenti apparirebbe senza senso e dall'altra di incitamento alla difesa e alla resistenza a oltranza.
È curioso che entrambe le parti - con una simmetria sconcertante - utilizzino gli stessi termini.
Putin ha giustificato la sua "operazione speciale" (ovviamente non l'ha chiamata "guerra") affermando - tra le altre cose - che il suo scopo era quello di "denazificare" l'Ucraina e di voler abbattere un governo usurpatore la cui matrice è filo-nazista.
Zelensky afferma di contro che l'invasione dell'Ucraina è come quella dei Tedeschi del 1941, paragonando la Russia al regime nazista anche nella sua recondita mira di giungere alla "soluzione finale" nei confronti del popolo ucraino. Talvolta la scelta di parole del leader ucraino ha irritato non poco Israele per l'uso e l'abuso di termini per loro unici.
È un gioco ambiguo: un paese culla del comunismo invade un altro paese fino a ieri governato da filo-russi, eppure il termine "comunismo" non appare in nessun discorso. Forse perché quando si è buoni si può essere comunisti, ma quando si è cattivi come minimo si è fascisti.
In Ucraina esiste il battaglione Azov dichiaratamente di tendenze neo-naziste, non dimenticando che trae ispirazione da Stephan Bandera e dal suo "Esercito di liberazione dell'Ucraina" (che combatté contro i Russi e anche contro i Tedeschi). Ma è ridicolo accusare l'Ucraina di tendenze naziste quando l'estrema destra alle ultime elezioni politiche si è attestata al misero 2% dei suffragi eleggendo un solo deputato.
Putin è il nuovo Hitler ossessionato dal suo spazio vitale? E allora Stalin?
Di certo non si ispira a Lenin, colpevole di aver creato quel federalismo delle repubbliche che per pochi anni aveva visto un timido risorgimento della cultura e dell'orgoglio ucraino, rapidamente spazzato via dall'arrivo di Stalin.
In questo ambiguo gioco di parole e di sottigliezze non si capisce se si fronteggiano due paesi ex-comunisti o neo-nazisti.
E allora per curiosità ho ripescato un commento al capolavoro della lingua russa del XX secolo (scritto da un Ucraino nato a Berdicev, a ovest di Kiev): "Vita e destino" di Vasilij Grossman (vedere Excalibur n. 68, marzo 2012).
Scrivevo allora: «Grossman ha anticipato una valutazione storica - ancora oggi, talvolta, non accettata - sulla sostanziale simmetria tra comunismo e nazismo. In un lager nazista Grossman fa incontrare il comandante del campo Liss e un vecchio bolscevico, Mostovskoj. Nel dialogo inizialmente stentato tra i due, ma è soprattutto Liss che ha bisogno di parlare, c'è una sorta di lascito testimoniale. Liss, il nazista, dice infatti al bolscevico: 'Come potete non riconoscervi in noi, non vedere in noi la vostra stessa volontà? [...] È una sorta di paradosso: se perdiamo la guerra, la vinciamo e ci sviluppiamo in un'altra forma pur conservando la nostra natura [...]. Oggi vi spaventa l'odio che proviamo per gli Ebrei, ma domani potrete far tesoro della nostra esperienza'.
È quella del terrore che annienta gli uomini - nei lager o nei gulag - solo perché appartengono a una classe sociale o a una razza o a un'etnia diversa e gli uomini chiudono gli occhi per non vedere, per non sentire, dimenticandosi di far parte della razza umana
».
Questo episodio, nel quale appunto il comandante del lager nazista dice al prigioniero di guerra comunista che i loro due sistemi di valori sono uguali, causò il sequestro del manoscritto di Grossman da parte del Kgb sovietico.
Anche perché il vecchio comunista, pur macerandosi interiormente, si rende conto che l'altro ha ragione e che nazismo e comunismo sono uguali, la lotta per la razza è uguale alla cosiddetta lotta di classe.
Osservando a distanza di tanti anni ciò che avviene, ci rendiamo conto di alcune caratteristiche che ricorrono costantemente: dal culto del capo assoluto, alla pervasività e onnipotenza dello Stato, alla visione onnicomprensiva del partito (nazista o comunista), al controllo dell'informazione, vero punto nevralgico per il dominio del popolo, all'uso di metodi oscuri e coercitivi dell'apparato segreto dello Stato, alla limitazione della libertà individuale.
Caratteristiche queste che erano comuni nella ideologia dei due sistemi e che purtroppo sono ancora presenti - seppure parzialmente imbellettate - nella Russia di Putin.
A proposito di parole.
La seconda sinfonia di Pëtr Il'ič Čajkovskij fu scritta per la massima parte in Ucraina, nella casa della sorella del compositore a Kamjanka, nell'Ucraina centrale (la discendenza della famiglia derivava dai Caika, cosacchi ucraini); nel primo e nel quarto movimento ricorrono, rielaborate, delle melodie popolari ucraine. Siamo negli anni che vanno del 1872 al 1880 e nella Russia imperavano gli zar Romanov. La sinfonia fu intitolata "Piccola Russia" perché la parola "Ucraina" (il titolo appropriato) non poteva essere utilizzata.
Da allora sono passati quasi 150 anni, ma le distinzioni capziose e la necessità di sottilizzare sui termini, di usare le parole in modo ambiguo, sono la strada preferita da chi ancora oggi - pur di fronte agli orrori di questa guerra simili agli orrori di tutte le guerre - continua ancora nei suoi "distinguo", trasformando una sciagura in una esercitazione linguistica.
E allora si arriva alla giustificazione della guerra in nome di chi sa quale diritto, giocando sull'ambiguità delle "provocazioni" (se la sono cercata!), alla sottilizzazione sull'uso degli strumenti di propaganda mediatica da parte di un leader di una nazione assediata paventando chissà quale lavaggio del cervello, alla solita invadenza di altri stati, giustificando in tal modo - spero inconsciamente - i continui massacri che impietosamente scorrono davanti ai nostri occhi.
E infine ci sono i soliti che mettono Bucha, Mariupol, Karkhov, Borodyanka in un calderone, insieme a Hiroshima e al Vietnam, la Siria, la Libia, la Bosnia, l'Afghanistan e così facendo annacquano tutto in una solenne mistura di indifferenza.
Manca il coraggio di schierarsi o si pensa che tutte queste sottilizzazioni mostrino un'intelligenza libera e un'autonomia di pensiero?
Non lo so: ogni uomo è schiavo e taluni non conoscono il loro padrone.
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