EXCALIBUR 91 - aprile 2016
in questo numero

Adonis: "Violenza e islam"

Disamina politicamente non corretta di un mondo che ci sovrasta sempre più

di Angelo Marongiu
Sopra: Adonis (Al' Ahmed Sa'id) (Laodicea, 1 gennaio 1930), Siriano naturalizzato Libanese
Sotto: Adonis, "Violenza e islam. Conversazioni con Hauris Abdelouahed"
È stato pubblicato alla fine dello scorso anno l'ultimo libro di Adonis, "Violenza e islam", edito da Guanda. È un colloquio-intervista tra Alì Ahmad Sa'id, in arte Adonis - il grande poeta siriano che le cronache ogni anno raccontano sia a un passo dal Nobel - e la psicanalista e scrittrice Houria Abdelouhaed.
È un libro che, come dice lo stesso autore, cerca di spiegare come la struttura del monoteismo islamico sia essenzialmente violenta.
Alla base di questa violenza c'è la visione islamica del mondo, visione obsoleta e chiusa. I continui riferimenti all'odio verso il non credente e il diverso, ai supplizi per i nemici, alla subordinazione totale della donna all'uomo, hanno permeato un mondo che ha "sacralizzato la violenza".
«È dall'anno 41 del calendario islamico, cioè dal regno di Mu'awiya a Damasco, che la violenza è diventata una struttura religiosa, politica, culturale e sociale. Ed è questa struttura che ha sempre regnato fino ai nostri giorni».
È un'analisi ragionata quella del vecchio scrittore siriano - 86 anni - che conosce bene il mondo islamico, essendo nato e vissuto in quella Siria ora terra di conquista delle scorribande dell'Isis.
L'autore, attivissimo nel dibattito politico, culturale, estetico e filosofico, simboleggia la volontà di rinascita culturale araba e ne esplora il patrimonio in chiave non nazionalistica o religiosa, ma aperta alla modernità. L'autore di decine di volumi di poesia e di saggistica, curatore dell'antologia della poesia classica araba, pubblicato in 15 paesi, traduttore in arabo delle Metamorfosi di Ovidio, sostiene con pacatezza, ma con decisione, che l'Islam è una religione di conquista e non di pace.
Questo libro ha suscitato e susciterà polemiche. Polemiche che non lo disturbano affatto, anzi: antico oppositore del Baath e da mezzo secolo lontano dal suo paese natale, espulso nel 1995 dalla Lega degli Scrittori Arabi per aver partecipato a un incontro Unesco sedendo accanto a colleghi israeliani, è certamente abituato a essere controcorrente.
È amaro il discorrere di Adonis: come gran parte degli scrittori e poeti mediorientali, anch'egli ha esplorato il dolore dell'esilio, cacciato da una terra amata nella quale non può più cantare la sua verità.
«Scrivo in una lingua che mi esilia. Essere un poeta significa che ho già scritto, ma che in realtà non ho scritto nulla...».
Come poeta tratteggia con amarezza le sue riflessioni sulla natura e sulla violenza espressa dall'islam.
Egli sostiene che la violenza esiste anche in altre religioni, ma il vero problema oggi è solo con l'islam, perché è nel suo nome che Isis e compagni conducono i loro attacchi, nel suo nome uccidono, massacrano, stuprano.
Nel seno dell'islam c'è l'islam, mentre il cristianesimo comprende varie confessioni, cattolica, protestante, ortodossa, segno della possibilità di differenti visioni, interpretazioni della religione.
Nell'islam esiste l'ortodossia dei sunniti, i quali accettano soltanto una lettura letterale del Corano. Non ci possono essere interpretazioni metaforiche o simboliche. Ed è per questo motivo che nell'islam non c'è spazio per l'arte e la poesia (la sua amata poesia): c'è soltanto giurisprudenza. La cultura del potere e della sua conservazione a qualunque costo. L'islam nasce come religione di conquista e nella conquista la violenza è inevitabile.
«L'islam essendo nato perfetto, combatte tutto ciò che lo precede e tutto ciò che viene dopo. Tutto significa filosofia, arte, pensiero, creatività, visione del mondo. Il pensiero è abolito, l'arte è condannata. Secondo la mentalità tradizionale bisogna essere gregari, non soggetti che s'interrogano. Non è concesso porre domande sulla nostra storia. Bisogna solo ripetere e riprodurre».
È questa la violenza che lo angustia di più. Perché terrorizza l'umano. L'islam giudica e condanna l'essere umano, stabilendo che l'uomo non deve conoscere niente, non deve sperimentare nulla, a parte ciò che dicono i precetti religiosi, che tracciano quindi non solo la sua vita religiosa, ma anche la sua vita di uomo "pensante".
«L'uomo deve dare prova di vassallaggio. È questo completo assoggettamento che lo salverà. La salvezza deriverà unicamente da questa sottomissione assoluta».
Non c'è spazio per l'altro e per il confronto, non esiste nemmeno un "io" nella cultura islamica.
Ma è nella parte dedicata alla donna che il dialogo Adonis - Abdelouhaed esprime tutta la sua forza, anche nel tentativo - lei donna e psicanalista - di rileggere l'islamismo. La donna è trattata come un "pezzo d'arredamento", come "proprietà dell'uomo": l'islam ha di fatto ucciso la donna, rendendola strumento per il desiderio e il piacere dell'uomo.
In tutto lo scritto-intervista è difficile trovare tracce della "moderazione". Non si riesce neppure a uscire da un contesto politico che si è trasformato in odio per il mondo occidentale, espresso appunto nella sua forma più radicale dall'Isis: esso non rappresenta una nuova lettura dell'islam, ma - secondo Adonis - ne incarna solo la chiusura, l'ignoranza, l'odio del sapere, dell'umano e della libertà. Ed è una fine umiliante: «Da un punto di vista storico l'islam ha quindici secoli, ma sulla scala dell'umanità esso è poca cosa».
Non esiste infatti una cultura araba creatrice che partecipi oggi al cambiamento dell'uomo. Sono fermi appunto a quindici secoli fa. In questo contesto globale di analisi della violenza non mancano comunque le accuse all'Occidente.
«La colpa maggiore dell'Occidente è quella di essere stato in silenzio di fronte alla devastazione di paesi come l'Iraq e la Siria. L'errore è di identificare i popoli con i loro regimi e abbandonarli al saccheggio e alla barbarie dei terroristi. Lo stesso sta accadendo nello Yemen e in Libia».
E ancora:
«L'Occidente vuole imporre un presidente alla Siria, decidere al posto dei Siriani. Io credo sia il popolo a dover scegliere, a dire sì o no. Un presidente non può essere imposto dall'esterno. Spetta al popolo, attraverso libere elezioni».
Ecco, qui è l'Adonis occidentalizzato che parla, ipotizzando virtù e abitudini democratiche che purtroppo quella regione non ha mai respirato.
Ed è la stessa visione ingenua che gli fa dire che la religione è stata usata nelle lotte per la conquista del potere - ricordando un popolo che, alle origini, era stato unito intorno alla figura del profeta - trasformandosi poi in una guerra ideologica. Non una colpa intrinseca all'islam, quindi, ma una degenerazione dei politici per mero desiderio di potere.
Una contraddizione evidente alla tesi sostenuta nel corso del resto dell'intervista.
Adonis è sicuramente in buona fede in questa sua distinzione tra l'ideale religioso (ma solo religioso) e la realtà attuale ed è maggiormente preziosa questa sua denuncia che, provenendo da un intellettuale arabo, non potrà essere accusata di islamofobia.
I "distinguo" al suo ragionamento lucido e ficcante sono comunque arrivati. Intanto per il suo sostegno all'operato di Putin: «Si, sostengo la politica della Russia, sicuro! Sostengo la Russia, perché colpisce l'Isis». E poi per la sua appartenenza a una famiglia alauita, orientamento minoritario apparentato all'islam sciita: una parte minore della parte minore del mondo islamico. Come se questa appartenenza potesse sminuire il suo grido quando sostiene che la rovina del mondo arabo è quella di «un mondo in cui si politicizza la religione e si sacralizza la politica».
È oggi della massima urgenza riflettere seriamente sul senso e sul perché di questa rovina.
Questo libro è una lancia spezzata in favore del laicismo e contro la concezione monoteista del mondo e dell'islam in particolare.
Una posizione coraggiosa, ribadita ancora una volta quando afferma che «è necessario vedere il terrorismo come il male del secolo, tutto il terrorismo. E fare in modo che gli interessi economici non nascondano questa verità».
La conclusione del libro non è certo ottimistica. All'intervistatrice che afferma che questo libro puòl essere un contributo di speranza per le generazioni future, Adonis risponde: «Fai bene a sperare, ma facciamoci una domanda: l'Arabo può disfarsi o liberarsi dall'islam dominante? È possibile creare una nuova lettura dell'islam, una lettura che promuova l'uguaglianza tra gli uomini senza distinzione?».
Adonis ritiene che ciò non sarà possibile senza una cesura traumatica e radicale con il passato, cesura che ritiene assai improbabile.
E, nel caos che è tra noi, non riesce a scorgere speranza di cambiamento: può darsi che le nuove generazioni creino un altro spazio rompendo radicalmente con l'attuale contesto arabo.
Ed è solo in questo senso che si può parlare di speranza.
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