EXCALIBUR 90 - febbraio 2016
in questo numero

La spada dell'islam

Il presente ha spesso - con coerenza - legami col passato

di Silvio De Murtas
La spada dell'islam donata a Mussolini dal Gran Muftì di Gerusalemme
L'attuale e caotica situazione europea e in particolare italiana, dal punto di vista sia economico sia sociale, comporta tutta una serie di risvolti ampiamente negativi, che intuitivamente sopravanzano quelli positivi.
Infatti, il trasmodato arrivo dei cosiddetti migranti da un lato dovrebbe produrre un aumento di personale lavorativo, per impieghi per noi ormai inattuabili; ma dall'altro esso ha generato un' evidente crisi, in svariati campi, dal culturale al religioso, dal settore sicurezza a quello abitativo, e così via. E questo nonostante una certa - e solo in teoria maggioritaria - "ideologia di sinistra" sostenga che nulla di ciò si verificherà, che i "casi" negativi son ben pochi e nulla hanno a che fare con (son parole d'altri...) l'integrazione, l'accoglienza, la misericordia...
Ma, come si dice, il difetto sta nel manico, ovvero nell'insipienza e nella mala fede dei malgovernanti - anche sovrannazionali - che non videro (o non vollero vedere) il pericolo insito nell'afflusso costante e concentrato in un tempo ridotto di genti e popoli, che per svariate ragioni (valide o inconfessabili) premevano sui confini del "mondo occidentale" e dell'Europa in particolare.
Orbene, si è verificato (mutatis mutandis) ciò che avvenne all'epoca delle cosiddette invasioni barbare: in realtà costoro non desideravano tanto abbattere l'Impero Romano (e Nazioni consociate), quanto entrare a farne parte integrante (e non sempre "integrata").
Era chiaro (e avrebbe dovuto esser chiaro anche ai nostri tempi) che una moltitudine di popolazioni, quasi tutte diverse fra loro, che penetrano in massa e in poco tempo in un altro sistema politico, sociale ed economico, non può che provocare un disastro, con implosione e abbattimento del sistema stesso, e a nulla vale che questo sia più o meno possente e ben organizzato. Da qui il conseguente e ovvio crollo dell'Impero - allora - e del cosiddetto Occidente oggi.
Parimenti, oggi come allora, l'incontro di (almeno) due civiltà produce uno scontro a cui non si può rimediare se non attuando i metodi che - parecchi decenni or sono - vennero adottati da Sua Eccellenza "il primo cavaliere", allorché, resosi conto delle immani possibilità di crescita derivanti da un serio e meditato connubio, attuò le note intese fra lo Stato Italiano e il Mondo Arabo e Islamico.
È stato anche sostenuto che vi furono indubbie convergenze tattiche, storiche e politiche, ma l'interesse culturale e la reciproca attrazione fecero emergere pacificamente anche le affinità derivanti da una discendenza comune.
In realtà, l'attenzione del "Regime" nei confronti dell'Islam e del Mondo Arabo avevano suscitato l'interesse del Duce ben prima della sua ascesa al potere. Costui percepì acutamente il diffuso scontento e il malessere dei popoli arabi nascenti dalla sistemazione a tavolino di alcuni equilibri politici e territoriali stabiliti dagli accordi di Versailles, che produsse una cocente delusione nelle aspirazioni delle masse arabe dall'affrancamento coloniale. Ovviamente i rapporti reciproci non furono sempre idilliaci, a causa di una non limpida politica coloniale dell'Italia, e non per responsabilità del Duce, ma per evidente "bassezza" di taluni gerarchi. È stato riconosciuto - anche in tempi non sospetti - che i momenti migliori del nostro colonialismo furono quelli durante il Governatorato di Italo Balbo in Libia nel 1934 (oltre che - in parte - in taluni aspetti del nostro intervento in Africa Orientale Italiana).
Proprio il Quadrumviro, percependo e assecondando le aspirazioni delle popolazioni locali, preparò il terreno per una scintillante propaganda attuata in occasione della Campagna di Abissinia (1935-1936), che fungerà da preludio alla consegna (non solo simbolica) nelle mani del Duce della "Seif-al-Islam", ossia della "Spada dell' Islam" (1937). Pochi ormai sanno o ricordano che tale dazione ufficiale - al cospetto di duemila fra cavalieri e meharisti incolonnati - avvenne da parte dal Gran Muftì di Gerusalemme e di alcuni ragguardevoli Notabili della popolazione araba, in offerta solenne quale segno di fede e lealtà da parte dei musulmani anche libici.
E ciò specialmente perché, nonostante alcuni errori di retaggio ottocentesco, la nostra politica coloniale fu sempre differente da quella classica dettata dal mercantilismo sfruttatore attuato dalle potenze anglo-francesi. In realtà, oltre alle pur sempre presenti mire affaristiche delle grandi compagnie (in combutta con le classi politiche borghesi), il nostro colonialismo tendeva anche a valorizzare le potenzialità e le risorse agricole, pastorali e agroforestali in vista di una radicazione permanente nel territorio.
Il tutto - in quell'ottica ideologica e storica - in ottemperanza all'autentica identità dello spirito rivoluzionario fascista e alla tendenza antiborghese proiettata in una politica filo-araba tesa alla naturale proiezione geopolitica dell'Italia e funzionale alla battaglia totale contro le cosiddette "demoplutocrazie occidentali giudaico-massoniche".
e anche nel corso della II Guerra Mondiale fu sempre chiaro - ai popoli arabi in genere e ai popoli delle nostre colonie in particolare - come la posizione e il comportamento della nostra Nazione fossero completamente diversi da quelli di altri Paesi (Germania compresa), ossia che non fossero di mero sfruttamento o di imposizione assolutistica, ma anche e soprattutto di vera e reciproca integrazione e di collaborazione con tali popoli anche nel loro territorio. D'altronde, "Sua Eccellenza" aveva percepito - col suo acume politico - che «L'Islam e l'Europa sono due mondi destinati a incontrarsi; entrambi infatti hanno in comune alcuni valori fondamentali da difendere e hanno a che fare con gli stessi nemici: il razionalismo e il materialismo, l'oscurantismo democratico, l'ateismo marxista e capitalista, l'azione del giudeo sfruttatore».
Per inciso, tale "insegnamento" venne recepito anche da Adolf Hitler nel suo Testamento Politico. Ora (per tacer d'altro) restano da fare due considerazioni: la prima è quella afferente a un dubbio ideologico, sulla circostanza che le cosiddette "integrazione, accoglienza, misericordia" vengano sbandierate principalmente da assertori di sinistra, i quali - nel loro furore politico - evidentemente non si accorgono di propugnare idee antiche e di destra.
La seconda e ultima considerazione nasce proprio dal comportamento coloniale tenuto dall'Italia soprattutto in Somalia (e nell'Africa Orientale Italiana in genere). Si sa che dopo il Trattato di Parigi la prima venne privata dei territori annessi; questi dapprima vennero assegnati alla Gran Bretagna, e poscia - caso forse più unico che raro - riaffidati proprio all'Italia (sino al 1960), ex Paese Coloniale!!! Come mai? Evidentemente essa non si era comportata poi così male nei confronti delle colonie!
E a indurre a più di un sospetto, si rammenti una sorta di poesiola che circolava sino a metà degli anni Cinquanta proprio in Somalia (quivi composta in un Italiano stentato ma godibilissimo): «Quando star "faccetta nera", mangeria mattina e sera; or che stare "thank you", mangeria non ce n'è più».
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