Sopra: Omar El Mukhta, capo dei ribelli musulmani della Cirenaica
Sotto: il generale Rodolfo Graziani a cavallo, all'epoca vice-governatore e comandante dei reparti coloniali in Cirenaica
A metà gennaio scorso è stato reso noto un video - messaggio della sezione magrebina di Al Quaeda (A.Q.M.I., acronimo per Quaeda au Maghreb islamiche) contro l'Italia.
L'autore è un noto terrorista algerino: Abu Yusuf al Anabi. Il video-messaggio, pur riguardandoci direttamente, ha avuto scarsa eco in Italia fra i media, venendo omologato ai messaggi minacciosi che, periodicamente, l'Isis ci invia dalla Libia.
Eppure il messaggio di Anabi è completamente diverso dai precedenti messaggi dell'Isis. Questi ultimi sono incentrati principalmente sulla questione religiosa e infatti privilegiano quasi sempre l'immagine della bandiera nera jihaidista issata sulla cupola della basilica di San Pietro nella città del Vaticano, ad attestare simbolicamente la vittoria dell'islam sul cristianesimo.
La propaganda dell'Isis, come del resto tutte le propagande di guerra, danno per certo lo sterminio dei nemici e l'immancabile vittoria finale. Al Quaeda, invece, ignora completamente l'aspetto religioso del conflitto per riportarlo alla dimensione, tutta occidentale, della guerra fra Stati la cui dinamica politica attuale non è solo determinata da fattori contingenti, bensì affonda le proprie radici nel vissuto storico delle nazioni. Il messaggio è intitolato: "L'Italia romana ha occupato la Libia".
L'affermazione, meno strabiliante di quanto possa apparire a prima vista, è collegata alla stipula degli accordi di Shkirat, in Marocco. Detti accordi, nella parte ufficiale, definiscono l'intesa raggiunta dalle varie fazioni libiche per la costituzione di un governo nazionale unitario, fortemente voluto dall'Italia. La parte non ufficiale prevede invece che detto governo richieda l'intervento militare dei paesi "amici" per eliminare la presenza dell'Isis nella regione costiera della Sirte.
Come ben si sa, l'occupazione della Sirte costituisce una vera propria spina nel fianco dell'Italia, soprattutto perché è da lì che viene gestito e programmato l'afflusso degli emigranti clandestini verso le nostre coste, ed è da lì che può partire la più seria minaccia ai giacimenti di petrolio e di gas, con i relativi terminali, di proprietà dell'Eni, ovvero, dal momento che l'ente petrolifero è statale, per la proprietà transitiva, proprietario dei giacimenti è l'Italia.
Proprietà che il recente conflitto che ha portato all'uccisione di Gheddafi e alla frantumazione dello stato libico non ha minimamente intaccato, come forse era nelle speranze dei nostri "alleati", soprattutto la Francia. Ma l'Eni non è solo un banale ente economico statale, è qualcosa di più.
Senza voler andare ai tempi passati, quando il fondatore dell'Eni, Enrico Mattei, condizionava le scelte non solo dei governi, ma anche dei singoli partiti italiani, Msi compreso, e svolgeva una propria politica estera soprattutto nel Medio Oriente e in Algeria; ancora oggi, almeno nei paesi in cui l'Eni è presente, esso costituisce lo strumento più efficiente ed efficace della nostra politica estera ed è la fonte più preziosa per la nostra intelligence. Senza contare poi, che l'Eni può fare e fa cose che lo Stato Italiano ufficiale non può fare senza suscitare un vespaio: assoldare milizie a protezione dei propri impianti, trafficare armi, trattare con autorità locali legali o meno, erogare somme di danaro per fini non confessabili, ecc..
Da tutto ciò possiamo dedurre che la presenza italiana in Libia è ancora rilevante e ben accetta, tant'è che il governo libico "ufficiale" di Tobruk ci chiede a ogni piè sospinto di onorare il trattato di amicizia (in realtà un trattato di alleanza politico-militare) firmato nel 2008 da Berlusconi e Gheddafi, mentre il governo "ribelle" di Tripoli ci chiede armi e mezzi per combattere contro l'Isis.
Da qui l'accusa del terrorista algerino: «
La Libia si è venduta agli stranieri e l'Italia ha occupato il paese e Tripoli&@187;. Per costui l'occupazione libica non è una metafora, ma un dato reale: «
Un generale italiano a capo di un governo fantoccio di cui fa parte gente della nostra razza che ha venduto la propria religione ora comanda a Tripoli».
Il generale (comandante di corpo d'armata) è Mario Serra, militare a cui l'Onu ha affidato il ruolo delicatissimo di mettere d'accordo gran parte delle milizie libiche (alquanto rissose). Senza un preventivo accordo con queste milizie, ogni intesa politica sarebbe priva di valore. Evidentemente il generale Serra ha raggiunto l'obbiettivo e l'ha raggiunto non tanto perché inviato dell'Onu, ma in quanto autorevole rappresentante dell'Italia.
Da qui l'ammissione, insolita per un combattente arabo e mussulmano, di una totale sconfitta del proprio mondo da parte di un paese che proprio noi Italiani facciamo fatica a considerare autorevole e, men che meno, "cattivo". È pur vero che il leader di Al Quaeda, pur sconfitto, lancia la minaccia: «
Ai nuovi invasori, nipoti di Graziani [...]
. Vi morderete le mani pentendovi di essere entrati nella terra di Omar al-Mukhtar e ne uscirete umiliati e sottomessi, con il permesso di Dio».
A ben vedere anche la minaccia prospetta una sconfitta ancora più ampia e definitiva di quella che si vorrebbe riscattare. Il riferimento al generale Rodolfo Graziani, del quale tutto si potrà dire, salvo che non abbia saputo affrontare difficili guerre coloniali con la dovuta intelligenza e determinazione, uscendone sempre vittorioso, non è certo un buon auspicio per una auspicata vittoria jihaidista.
Nominato nel 1929 vicegovernatore della Cirenaica, ancora in rivolta contro il potere dell'Italia, andò molto per le spicce per sottomettere la regione: creò campi di concentramento sulla costa nei quali furono rinchiuse le popolazioni delle zone interne, fece stendere 270 km di filo spinato lungo la frontiera con l'Egitto per bloccare il transito dei guerriglieri e il traffico di armi. Infine, nel 1931, conquistò l'importante oasi di Cufra e catturò l'indomito capo dei ribelli, Omar Al Mukhatar. Il capo ribelle fu infine processato e impiccato.
Ciò rappresentò per l'Italia non solo un grave errore, ma fu un vero e proprio crimine, perché Omar, che aveva iniziato la guerra nel 1911, non si era mai sottomesso all'Italia. Paradossalmente era nella stessa posizione in cui si trovò poi lo stesso Graziani che, dopo l'8 settembre del '43, aderendo alla Rsi, continuò la guerra contro gli Alleati.
In realtà l'impiccagione fu ordinata dal governatore della Cirenaica, il generale Badoglio, che nel 1929 aveva millantato con Mussolini la sottomissione di Omar. In ogni caso il richiamarsi al mito di Omar per risuscitare una unità libica in funzione anti-italiana ha un precedente illustre: Gheddafi.
Il defunto colonnello, col fine di creare una unità fra le centinaia di tribù libiche rilanciò la figura di Omar come eroe nazionale vittima degli Italiani, agli inizi degli anni '80. Finanziò anche un film sul personaggio: "Il leone del deserto". Detto film fu scientemente sabotato dall'Italia antifascista, anticolonialista, filo araba, ecc..
Concludendo, ci verrebbe quasi voglia di rassicurare il leader di Al Quaeda: l'Italia di Renzi e di Alfano non è "romana", il generale Serra non è a capo di niente e gli Italiani si sentono tutt'altro che nipoti di Graziani, e il considerare l'Italia una potenza ci fa semplicemente ridere.
E se invece avesse ragione lui? Dopotutto truppe italiane presidiano mezzo mondo, per scopi di pace, certo. Ma questa è una barzelletta alla quale crediamo solo noi. Siamo stati presenti e lo siamo ancora in alcuni teatri di guerra e di certo non abbiamo sfigurato sia come capacità combattive, sia come armamento rispetto ad alleati molto più blasonati di noi.
Che in Siria i Russi si muovano su carri italiani "Lince", vorrà dire qualcosa o no? Che l'Italia non sia stata neppure sfiorata dal terrorismo islamico è solo fortuna o forse dipende dal fatto che i nostri servizi segreti sono tra i migliori del mondo?
Forse sarebbe opportuno, e mi riferisco soprattutto alla destra, che imparassimo a denigrarci e a sottovalutarci meno e giudicarci perlomeno con la stessa serietà con cui ci giudicano i nostri nemici.