EXCALIBUR 69 - maggio 2012
in questo numero

La crisi mondiale del 1929 e la politica economica di Mussolini

Banche e industria: un progetto alternativo alle teorie liberiste e stataliste

di Angelo Abis
Sopra: la crisi di Wall Street del 1929 innescò un profondo riesame dei principi economici mondiali e la revisione dei canoni del capitalismo; provocò anche l'assalto dei risparmiatori alle banche, scena che comincia a ripetersi in qualche paese europeo
Sotto: Alberto Beneduce, economista e politico (Caserta 1877 - Roma 1944)
Sappiamo tutti quale fu il meccanismo che innescò la grande crisi del 1929: grosso modo, l'apparato produttivo mondiale, per finanziare il proprio sviluppo, ricorse in maniera sempre più massiccia all'indebitamento bancario, lasciando in garanzia i propri pacchetti azionari, resi molto appetibili dalla continua corsa al rialzo dei titoli. A loro volta, molte banche e istituzioni pubbliche europee, segnatamente quelle dell'area germanica, trovarono più conveniente finanziare i propri progetti ricorrendo al credito delle banche americane.
C'è da aggiungere che tutte le istituzioni americane, nonché 20 milioni di cittadini, in quel periodo, si cimentarono nel facile gioco della speculazione finanziaria, determinando un rialzo abnorme delle azioni quotate in borsa, salvo poi, al primo accenno di crisi economica, tentare di vendere tutto, determinando un dissesto immane di tutte le attività economiche.
In poco tempo fallirono 5.000 banche e decine di migliaia di imprese, con un calo della produzione nell'ordine del 40%. La massa di disoccupati raggiunse presto 12 milioni di unità, mentre i prezzi dei prodotti agricoli crollavano del 50%.
La crisi si estese ben presto in Europa, soprattutto in Germania, Austria e Inghilterra, un po' meno in Francia e infine, a partire dal 1932, anche in Italia. La quale patì la crisi non solo per cause intrinseche alla nostra economia, ma anche per i provvedimenti che alcuni stati presero a difesa delle proprie produzioni.
Gli Stai Uniti, con leggi particolari, annullarono il contingente di emigrazione concesso all'Italia, nonché, con l'aumento delle tariffe doganali (tariffa Smoot-Haley), danneggiarono anche le nostre esportazioni. L'Inghilterra, con l'"Import Duties Act" e con la deliberazione di Ottawa del '32 chiudeva ermeticamente il mercato nazionale e quello dell'impero alle merci straniere. La Francia, già dal '31, instaurava un forte contingentamento delle merci provenienti anche dall'Italia.
Molti stati, con in testa Usa e Gran Bretagna, svalutarono la propria moneta, rincarando ancora di più il prezzo delle nostre merci in uscita. Per inciso, l'autarchia non fu l'infelice politica economica del fascismo, ma scaturiva dall'ovvia constatazione che non potevamo assolutamente vendere i nostri prodotti a prezzi stracciati e comprare quelli stranieri a prezzi salatissimi e per giunta pagarli in oro e valuta pregiata senza causare, come si direbbe oggi, il "default" della nazione.
La crisi che approdò in Italia nel 1932 fu la terza che il regime dovette affrontare. La prima, causata dal dissesto finanziario conseguente le enormi spese che aveva comportato il primo conflitto mondiale, fu brillantemente superata nel 1925 dall'allora ministro delle finanze De Stefani con una serie di forti tagli alla spesa pubblica e con manovre tendenti a ridurre la massa del circolante, sì da conseguire, in poco più di tre anni, il pareggio del bilancio statale, una sostanziale stabilità della lira e un tasso di sviluppo dell'economia nell'ordine del 7% annuo.
Una curiosità storica: De Stefani, che da buon economista di scuola liberale bocciava inesorabilmente tutte le richieste di spese non strettamente necessarie, nel corso di una riunione con tutti i parlamentari sardi, tenutasi nel 1924 a Roma, si sentì fare, dai deputati, la richiesta di stanziare un miliardo di lire (circa 2 miliardi di euro attuali) a favore della Sardegna. Sebbene la somma fosse diluita in dieci anni, il ministro saltò su come un diavolo, chiedendo se i Sardi erano impazziti! Intervenne Mussolini, che disse: «Alla Sardegna bisogna dare il miliardo e lo daremo!» e al: «Come fai?» di De Stefani, il duce replicò: «Come fai tu, che devi studiare il sistema per darlo?». Esplicitando, così, un postulato ferreo del fascismo: la totale subordinazione dell'economia agli interessi della politica.
La seconda crisi, targata 1926, vide una progressiva svalutazione della lira e un conseguente aumento dei prezzi. Il governo fascista pose in essere una serie di provvedimenti sulla cui fattibilità il mondo politico e finanziario internazionale si mostrò alquanto scettico. Celebre fu allora la dichiarazione dell'economista americano J.M. Keynes: «La lira non ubbidisce nemmeno a un dittatore, né si può dare per questo l'olio di ricino». «E Mussolini», aggiungeva Keynes, «dovrebbe far tesoro delle vicende dell'imperatore Aureliano, caduto per mano di un assassino prima che fosse trascorso un anno dalla sua deflazione monetaria». Pur tuttavia, il governo fascista riuscì in breve, seppure imponendo duri sacrifici alle categorie produttive, a superare la crisi: il valore della lira venne stabilizzato a quota 92 rispetto alla sterlina e a quota 19 rispetto al dollaro.
Infine, ci fu la crisi del 1929, che, come abbiamo detto in precedenza, si manifestò con tutta la sua gravità in Italia a partire dal 1932: i disoccupati passarono da 300 mila unità del 1929 a 1 milione del 1932. In realtà, il dato è molto più pesante se si considera che nel solo settore dell'industria, dei circa 2 milioni di lavoratori occupati, almeno la metà lavoravano o a orario ridotto o a turnazione. Notevole anche il disagio delle masse contadine dovuto al crollo dei prezzi dei prodotti nell'ordine del 50%.
Fortuna volle che il governo fascista non soffrisse, come molti altri paesi, del mito del bilancio in pareggio e godendo lo Stato di una situazione finanziaria buona, intraprese, prima timidamente poi in maniera più decisa, una politica di forte incremento della spesa pubblica, che in qualche modo sopperì al decremento degli investimenti privati e alleviò il forte tasso di disoccupazione. Le spese a sostegno dell'economia passarono da 1.850.000 del 1930 a 2.416.000 del 1932, mentre la neocostituita Anas (Azienda Nazionale Autonoma Strade) da una spesa di 1.262.000 del 1931 passò a 1.666.000 del 1933.
Ma le cifre sono da considerare molto più "pesanti", in quanto il loro potere di acquisto salì, data la riduzione del costo della vita nell'ordine del 20-23% nel triennio 1931-33. Il che comportò un deficit del bilancio dello stato e un conseguente aumento del debito pubblico che passò da una percentuale del 63% rispetto al Pil (prodotto interno lordo) del 1930, a una percentuale dell'87% nel 1933.
Non v'è dubbio, però, che l'intervento più massiccio per combattere la grande crisi riguardò la completa ristrutturazione del sistema creditizio culminata con la legge bancaria del 1936 e la costituzione, nel 1933, dell' Iri (Istituto Ricostruzione Industriale) per rimettere in sesto gran parte della grande industria italiana in stato prefallimentare.
Tra l'altro, il sistema bancario era entrato in crisi perché, a fronte di circa 4 miliardi di depositi, si era esposto nei confronti del mondo imprenditoriale per ben 12 miliardi, costituiti per lo più da pacchetti azionari che avevano perso mediamente il 40% del proprio valore.
In passato, tutti i governi, compreso quello fascista, avevano ripianato le sofferenze bancarie con denaro pubblico, usato a sua volta per sostenere soprattutto la grande industria. Ma questa volta, il fascismo o, se vogliamo, Mussolini agì in maniera del tutto nuova, sia secondo i vecchi schemi liberali che quelli statalisti, nel senso che crearono un sistema economico a proprietà e direzione pubblica ma gestito secondo le regole del mercato privato. Padre teorico e pratico di questo innovativo sistema economico fu un singolarissimo personaggio che, malgrado il suo cognome, Beneduce, non solo era massone, ma pure antifascista inviso ai fascisti e in particolare all'ex ministro delle finanze Alberto De Stefani, salvo essere più che stimato da Mussolini, che tale stima manifestò pubblicamente già dal 1921.
Alberto Beneduce, uomo di vasta cultura economica e sociale, divenne presto professore universitario in demografia e statistica. Socialista riformista (ebbe una figlia che chiamò Idea Socialista che poi sposò il banchiere Enrico Cuccia), fu interventista e partecipò al primo conflitto mondiale come ufficiale del Genio. Eletto deputato nel 1919, divenne ministro del lavoro col governo Bonomi nel 1921. Antifascista sin dopo il delitto Matteotti, si ritirò poi dall'agone politico, dando però un contributo da "tecnico" alle istituzioni fasciste, tanto che i socialisti e Nitti lo consideravano un "traditore".
Mussolini lo chiamò a sé già dal 1930 col compito di affrontare il problema del risanamento bancario. Nel 1932, Beneduce incominciò a lavorare intorno all'idea dell'Iri coadiuvato da un grande esperto del credito, Donato Menichella, che nel dopoguerra diventerà governatore della Banca d'Italia.
Nel 1933, gli amministratori delegati delle tre maggiori banche, Banca Commerciale, Credito Italiano e Banco di Roma, dichiararono di non poter più sostenere le perdite degli immobilizzi industriali e pertanto chiedevano che lo stato ripianasse le perdite, pena il fallimento. Ignoravano, le tre banche, che l'Iri, in gran segreto, aveva studiato analiticamente la loro situazione, magagne comprese, e il 5 dicembre del 1933 aveva inviato un rapporto al duce nel quale si prospettava una nuova soluzione al problema: lo Stato, tramite l'Iri, avrebbe avocato a sé il possesso dei titoli industriali posseduti dalle banche. L'Iri, tramite la sua sezione "risanamento", avrebbe provveduto alla gestione e al risanamento di tutte le industrie entranti a far parte del patrimonio dell'Istituto.
Le banche, sottoposte a rigido controllo pubblico, non potevano più acquistare titoli azionari, né tantomeno ingerirsi nella gestione delle imprese. Dovevano unicamente limitarsi alla gestione dei depositi e del credito ordinario; per i crediti speciali avrebbero provveduto appositi istituti, debitamente autorizzati.
Mussolini tenne per sé la "pratica" 18 giorni, poi diede il via libera il 23 dicembre. Lo stesso giorno, il ministro delle finanze Yung e Beneduce discussero con i rappresentanti delle tre banche sulla stipula della convenzione che verrà sottoscritta, più per forza che per amore, il 7 marzo del 1934.
L'Iri entrava, così, in possesso del 44% del capitale azionario nazionale e del 18% delle società industriali. E, proprio a partire dal 1934, inizia il superamento della crisi con la diminuzione del tasso di disoccupazione: nel 1934 al 10,7; nel 1935 al 3,8; nel 1936 al 2,3; nel 1937 alla piena occupazione.
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