A fine luglio Papa Francesco, in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù tenutasi a Cracovia, è andato a visitare - terzo Pontefice dopo il polacco Giovanni Paolo II e il tedesco Benedetto XVI - il campo di sterminio per eccellenza, a qualche decina di chilometri da Cracovia, Auschwitz-Birkenau.
Leggo da un giornale italiano: «
Papa Francesco procede lentamente, da solo, attraversando il famoso arco con la scritta Arbeit macht frei. Percorre un po' di strada [...] poi - seduto su una panchina tra gli alberi - prega muto nella piazza dell'Appello, luogo dell'impiccagione dei prigionieri, dove San Massimiliano Kolbe ha offerto la vita per un altro prigioniero».
E ancora, da un altro giornale: «
il Papa è poi entrato nel blocco 11 ed è sceso nella cella del francescano conventuale Massimiliano Kolbe, dove sono ancora visibili i graffiti iscritti sul muro dai detenuti e si è seduto in preghiera per alcuni minuti».
Mirabile resoconto, vero?
Il Papa va ad Auschwitz-Birkenau, dove furono gassati e bruciati un milione di ebrei e in queste cronache si riesce solo a dire "prigionieri" e "detenuti", mai la parola "Ebrei", come se ne avessero orrore. Sembra che il Papa sia andato ad Auschwitz perché è lì che è stato ucciso Massimiliano Kolbe: egli si è offerto volontario al posto di un padre di famiglia, suo compagno di cella, che era stato scelto per l'impiccagione. E noi lo abbiamo fatto subito santo.
Da Auschwitz non è uscito nessuno vivo in quegli anni e il sacrifico di Massimiliano Kolbe è stato un bellissimo gesto inutile.
Le cronache dicono poi che il Papa ha scelto di non pronunciare discorsi. Perché il silenzio è la più alta forma di rispetto per le vittime.
Per chi va con consapevolezza ad Auschwitz-Birkenau (e sicuramente il Papa era consapevole di ciò che andava a visitare) il silenzio non è una scelta. La vista di quei caseggiati di mattoni ormai scuriti di Auschwitz, con ancora le reti ad alta tensione e le forche di ferro e tutto ciò che queste forme e questi luoghi portano alla mente, fanno calare addosso a chi le vede una cappa di orrore scuro, un odore di fumo e di grida, e il silenzio è la logica conseguenza di quell'orrore.
E quando poi si arriva a Birkenau e, varcato l'ingresso, si vedono gli ampi spazi che una volta accoglievano le centinaia di baracche del campo (ne rimangono solo alcune per ricordo) e nella vasta distesa - a destra e a sinistra - solo alcuni scheletri di baracche anneriti da un incendio che ha cercato di cancellare l'abisso nel quale gli uomini erano precipitati. E anche lì, silenzio e vento.
Destra e sinistra divise dai binari sui quali arrivavano i carri con gli Ebrei. Binari che finiscono lontano, verso il "bosco delle betulle", dove erano situati i quattro forni crematori, fatti saltare dai nazisti, ora solo macerie, mattoni e pezzi di cemento.
Tanto Auschwitz è cupa, scura nei suoi mattoni scuri, tanto Birkenau è uno spazio immenso, quasi vuoto, che stringe l'anima e che induce, anch'esso, al silenzio.
Quando Benedetto XVI visitò una mattina quei luoghi, appariva schiacciato, come portasse su di sé il peso degli orrori del suo popolo. Disse poi: «
Dov'era Dio in quei giorni? Perché, Signore, hai taciuto? Perché hai potuto tollerare tutto questo?».
«
Dov'è Dio?», ha ripetuto papa Francesco quel pomeriggio alla Via Crucis dei giovani.
Già, dov'era Dio?
È una domanda che molti, prima di loro, si sono posti e alla quale hanno cercato di dare risposta.
Elie Wiesel, recentemente scomparso, superstite proprio di quei campi, ne "La notte" evoca l'impiccagione di tre prigionieri, tra cui un bambino. E racconta dei prigionieri del campo costretti ad assistere a quelle esecuzioni e della morte rapida dei due adulti e della lenta agonia del bambino, ancora vivo, con la lingua rossa e gli occhi non ancora spenti, quando gli passarono davanti. Dietro di lui un uomo domandò: «
Dov'è dunque Dio?». «
E io sentivo in me una voce che gli rispondeva: - Dov'è? Eccolo: è appeso lì, a quella forca».
Anche il filosofo e teologo ebreo Hans Jonas ha cercato di affrontare il problema della conciliabilità tra l'esistenza del male e quella di un Dio buono e onnipotente.
Nel suo "Il concetto di Dio dopo Auschwitz", Jonas parte da una premessa: Auschwitz non può essere considerato un mero fatto bellico come quelli che caratterizzarono la seconda guerra mondiale, ad esempio Hiroshima. Auschwitz fa parte della storia del mondo e segna una frattura tra ciò che è stato "prima" e ciò che sarà "dopo".
La tragica realtà di quei fatti ci obbliga a ripensare radicalmente Dio, a rielaborarne il concetto ereditato da una tradizione filosofica e religiosa, soprattutto di matrice ebraica.
Quale Dio ha permesso che Auschwitz accadesse? Come può Dio aver permesso l'umiliazione, la tortura e l'uccisione di milioni di esseri umani? Come si concilia l'infinita bontà di Dio con gli orrori di Auschwitz? Perché Dio non è intervenuto di fronte a quell'immensa tragedia che ha distrutto il suo popolo prediletto?
Jonas sostiene che, dopo un evento come Auschwitz, chi non voglia rinunciare a credere all'esistenza di Dio, deve necessariamente rivederne il concetto. E afferma: «
Dopo Auschwitz possiamo e dobbiamo affermare con estrema decisione che una Divinità onnipotente o è priva di bontà o è totalmente incomprensibile».
Bontà, comprensibilità e onnipotenza sono gli attributi di Dio intorno ai quali si dipana la speculazione di Jonas. E se prima essi erano considerati come caratterizzanti tutti l'essenza di Dio, questa concezione di un Dio buono, comprensibile e onnipotente viene meno. Dei tre attributi la bontà è sicuramente inseparabile da Dio: l'atto della creazione del mondo, il patto di salvezza con l'uomo, il dono del libero arbitrio e quindi della libertà, sono espressioni della bontà di Dio.
Dio è inoltre comprensibile, non si è nascosto: per la tradizione ebraica e la rivelazione attraverso i Profeti, l'essenza di Dio è sempre manifesta; Egli non si è nascosto soprattutto davanti al popolo "eletto", da Lui scelto e toccato dalla sua voce.
Jonas affronta quindi l'ultimo degli attributi di Dio: la sua onnipotenza e sostiene che il pensiero umano, dopo l'orrore di Auschwitz, non può che abbandonare l'idea di un Dio onnipotente.
Un Dio allo stesso tempo buono, comprensibile e onnipotente - cioè in grado di intervenire in qualunque momento nella storia dell'uomo - non avrebbe potuto non evitare l'orrore di Auschwitz.
E allora perché non lo ha fatto? Perché ha taciuto?
Jonas afferma: «
Dio non intervenne non perché non lo volle, ma perché non fu in condizioni di farlo. Egli, appunto, non è onnipotente. Nel momento stesso in cui Dio ha creato l'uomo e gli ha consegnato il dono della libertà, ha limitato volontariamente la sua onnipotenza».
È questa l'unica condizione possibile per l'esistenza del Male sulla terra. Dio ha rinunciato a intervenire sulla terra e sui suoi accadimenti - ne è mero spettatore - perché se lo facesse romperebbe il patto di libertà stipulato con l'uomo. È una rinuncia necessaria affinché l'uomo possa essere completamente libero di agire.
Il destino del mondo è interamente nelle mani dell'uomo e il Male è frutto della libera scelta dell'uomo e questo è il prezzo della libertà umana. Questo chiama in causa il concetto di "responsabilità", poiché libertà e responsabilità sono inscindibili. Se Dio fosse stato onnipotente e come tale avesse governato i destini del mondo, l'uomo sarebbe rimasto schiacciato e nell'impossibilità di agire liberamente.
Ecco spiegata per Jonas l'esistenza del Male nel mondo: e l'uomo ne è l'unico responsabile, poiché di fronte alla possibilità di scegliere tra il Bene e il Male, egli - l'uomo - ha scelto il Male.
Di fronte ad Auschwitz, quindi, non bisogna invocare Dio, ma farsi carico delle proprie responsabilità.
La sola speranza intravista da Jonas è negli uomini che si sono adoperati per salvare altri uomini: sono loro infatti che impediscono che il Male sia assoluto e che un barlume di Bene continui ancora a esistere, frutto anch'esso della libertà di scelta donata da Dio agli uomini, dono e fardello per noi tutti.