EXCALIBUR 94 - ottobre 2016
in questo numero

I silenzi di Auschwitz

Domande inutili per un dilemma senza risposta

di Angelo Marongiu
Sopra: l'ingresso del campo di Auschwitz e l'interno del vicino campo di Birkenau
Sotto: un particolare del blocco interrogatori ad Auschwitz
A fine luglio Papa Francesco, in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù tenutasi a Cracovia, è andato a visitare - terzo Pontefice dopo il polacco Giovanni Paolo II e il tedesco Benedetto XVI - il campo di sterminio per eccellenza, a qualche decina di chilometri da Cracovia, Auschwitz-Birkenau.
Leggo da un giornale italiano: «Papa Francesco procede lentamente, da solo, attraversando il famoso arco con la scritta Arbeit macht frei. Percorre un po' di strada [...] poi - seduto su una panchina tra gli alberi - prega muto nella piazza dell'Appello, luogo dell'impiccagione dei prigionieri, dove San Massimiliano Kolbe ha offerto la vita per un altro prigioniero».
E ancora, da un altro giornale: «il Papa è poi entrato nel blocco 11 ed è sceso nella cella del francescano conventuale Massimiliano Kolbe, dove sono ancora visibili i graffiti iscritti sul muro dai detenuti e si è seduto in preghiera per alcuni minuti».
Mirabile resoconto, vero?
Il Papa va ad Auschwitz-Birkenau, dove furono gassati e bruciati un milione di ebrei e in queste cronache si riesce solo a dire "prigionieri" e "detenuti", mai la parola "Ebrei", come se ne avessero orrore. Sembra che il Papa sia andato ad Auschwitz perché è lì che è stato ucciso Massimiliano Kolbe: egli si è offerto volontario al posto di un padre di famiglia, suo compagno di cella, che era stato scelto per l'impiccagione. E noi lo abbiamo fatto subito santo.
Da Auschwitz non è uscito nessuno vivo in quegli anni e il sacrifico di Massimiliano Kolbe è stato un bellissimo gesto inutile.
Le cronache dicono poi che il Papa ha scelto di non pronunciare discorsi. Perché il silenzio è la più alta forma di rispetto per le vittime.
Per chi va con consapevolezza ad Auschwitz-Birkenau (e sicuramente il Papa era consapevole di ciò che andava a visitare) il silenzio non è una scelta. La vista di quei caseggiati di mattoni ormai scuriti di Auschwitz, con ancora le reti ad alta tensione e le forche di ferro e tutto ciò che queste forme e questi luoghi portano alla mente, fanno calare addosso a chi le vede una cappa di orrore scuro, un odore di fumo e di grida, e il silenzio è la logica conseguenza di quell'orrore.
E quando poi si arriva a Birkenau e, varcato l'ingresso, si vedono gli ampi spazi che una volta accoglievano le centinaia di baracche del campo (ne rimangono solo alcune per ricordo) e nella vasta distesa - a destra e a sinistra - solo alcuni scheletri di baracche anneriti da un incendio che ha cercato di cancellare l'abisso nel quale gli uomini erano precipitati. E anche lì, silenzio e vento.
Destra e sinistra divise dai binari sui quali arrivavano i carri con gli Ebrei. Binari che finiscono lontano, verso il "bosco delle betulle", dove erano situati i quattro forni crematori, fatti saltare dai nazisti, ora solo macerie, mattoni e pezzi di cemento.
Tanto Auschwitz è cupa, scura nei suoi mattoni scuri, tanto Birkenau è uno spazio immenso, quasi vuoto, che stringe l'anima e che induce, anch'esso, al silenzio.
Quando Benedetto XVI visitò una mattina quei luoghi, appariva schiacciato, come portasse su di sé il peso degli orrori del suo popolo. Disse poi: «Dov'era Dio in quei giorni? Perché, Signore, hai taciuto? Perché hai potuto tollerare tutto questo?».
«Dov'è Dio?», ha ripetuto papa Francesco quel pomeriggio alla Via Crucis dei giovani.
Già, dov'era Dio?
È una domanda che molti, prima di loro, si sono posti e alla quale hanno cercato di dare risposta.
Elie Wiesel, recentemente scomparso, superstite proprio di quei campi, ne "La notte" evoca l'impiccagione di tre prigionieri, tra cui un bambino. E racconta dei prigionieri del campo costretti ad assistere a quelle esecuzioni e della morte rapida dei due adulti e della lenta agonia del bambino, ancora vivo, con la lingua rossa e gli occhi non ancora spenti, quando gli passarono davanti. Dietro di lui un uomo domandò: «Dov'è dunque Dio?». «E io sentivo in me una voce che gli rispondeva: - Dov'è? Eccolo: è appeso lì, a quella forca».
Anche il filosofo e teologo ebreo Hans Jonas ha cercato di affrontare il problema della conciliabilità tra l'esistenza del male e quella di un Dio buono e onnipotente.
Nel suo "Il concetto di Dio dopo Auschwitz", Jonas parte da una premessa: Auschwitz non può essere considerato un mero fatto bellico come quelli che caratterizzarono la seconda guerra mondiale, ad esempio Hiroshima. Auschwitz fa parte della storia del mondo e segna una frattura tra ciò che è stato "prima" e ciò che sarà "dopo".
La tragica realtà di quei fatti ci obbliga a ripensare radicalmente Dio, a rielaborarne il concetto ereditato da una tradizione filosofica e religiosa, soprattutto di matrice ebraica.
Quale Dio ha permesso che Auschwitz accadesse? Come può Dio aver permesso l'umiliazione, la tortura e l'uccisione di milioni di esseri umani? Come si concilia l'infinita bontà di Dio con gli orrori di Auschwitz? Perché Dio non è intervenuto di fronte a quell'immensa tragedia che ha distrutto il suo popolo prediletto?
Jonas sostiene che, dopo un evento come Auschwitz, chi non voglia rinunciare a credere all'esistenza di Dio, deve necessariamente rivederne il concetto. E afferma: «Dopo Auschwitz possiamo e dobbiamo affermare con estrema decisione che una Divinità onnipotente o è priva di bontà o è totalmente incomprensibile».
Bontà, comprensibilità e onnipotenza sono gli attributi di Dio intorno ai quali si dipana la speculazione di Jonas. E se prima essi erano considerati come caratterizzanti tutti l'essenza di Dio, questa concezione di un Dio buono, comprensibile e onnipotente viene meno. Dei tre attributi la bontà è sicuramente inseparabile da Dio: l'atto della creazione del mondo, il patto di salvezza con l'uomo, il dono del libero arbitrio e quindi della libertà, sono espressioni della bontà di Dio.
Dio è inoltre comprensibile, non si è nascosto: per la tradizione ebraica e la rivelazione attraverso i Profeti, l'essenza di Dio è sempre manifesta; Egli non si è nascosto soprattutto davanti al popolo "eletto", da Lui scelto e toccato dalla sua voce.
Jonas affronta quindi l'ultimo degli attributi di Dio: la sua onnipotenza e sostiene che il pensiero umano, dopo l'orrore di Auschwitz, non può che abbandonare l'idea di un Dio onnipotente.
Un Dio allo stesso tempo buono, comprensibile e onnipotente - cioè in grado di intervenire in qualunque momento nella storia dell'uomo - non avrebbe potuto non evitare l'orrore di Auschwitz.
E allora perché non lo ha fatto? Perché ha taciuto?
Jonas afferma: «Dio non intervenne non perché non lo volle, ma perché non fu in condizioni di farlo. Egli, appunto, non è onnipotente. Nel momento stesso in cui Dio ha creato l'uomo e gli ha consegnato il dono della libertà, ha limitato volontariamente la sua onnipotenza».
È questa l'unica condizione possibile per l'esistenza del Male sulla terra. Dio ha rinunciato a intervenire sulla terra e sui suoi accadimenti - ne è mero spettatore - perché se lo facesse romperebbe il patto di libertà stipulato con l'uomo. È una rinuncia necessaria affinché l'uomo possa essere completamente libero di agire.
Il destino del mondo è interamente nelle mani dell'uomo e il Male è frutto della libera scelta dell'uomo e questo è il prezzo della libertà umana. Questo chiama in causa il concetto di "responsabilità", poiché libertà e responsabilità sono inscindibili. Se Dio fosse stato onnipotente e come tale avesse governato i destini del mondo, l'uomo sarebbe rimasto schiacciato e nell'impossibilità di agire liberamente.
Ecco spiegata per Jonas l'esistenza del Male nel mondo: e l'uomo ne è l'unico responsabile, poiché di fronte alla possibilità di scegliere tra il Bene e il Male, egli - l'uomo - ha scelto il Male.
Di fronte ad Auschwitz, quindi, non bisogna invocare Dio, ma farsi carico delle proprie responsabilità.
La sola speranza intravista da Jonas è negli uomini che si sono adoperati per salvare altri uomini: sono loro infatti che impediscono che il Male sia assoluto e che un barlume di Bene continui ancora a esistere, frutto anch'esso della libertà di scelta donata da Dio agli uomini, dono e fardello per noi tutti.
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